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Prague Photo XVIª edizione
Il CSF Adams come ogni anno partecipa alla manifestazione Prague Photo Festival giunta alla sua XVI° edizione. Come consueto le location sono di prestigio, dal Kafka House Palace…al Clam Gallas Palace, tutte caratterizzate da essere ubicate nel centro storico di Praga (Municipio di Praga I) in edifici storici di particolare rilievo e pregio. Questo festival si caratterizza dalla contemporanea partecipazione di scuole di fotografia, gallerie, artisti e fotografi. Ogni anno il festival sceglie di ospitare un’artista-fotografo di rilievo internazionale. Quest’anno la scelta è ricaduta su Eliska Bartek, una valente artista che avemmo la fortuna di conoscere tanti anni fa durante una esposizione a Praga. Eliska Bartek fu anche nostra ospite alla nostra manifestazione annuale che si svolgeva presso Cascina Farsetti nel parco di Villa Pamphili, Roma, all’interno di una rassegna fotografica denominata cascinafarsettiArt attiva fino al 2012.
Il CSF Adams partecipa al Prague Photo Festival presentando e privilegiando lavori di giovani autori, di studenti meritori e di corsisti.
Nella edizione del 2021 l’ospite d’onore della manifestazione è stata Gaia Adducchio, un’autrice affermata, già studentessa del Centro Sperimentale di Fotografia Adams, che presentò un lavoro dalla forte connotazione sperimentale realizzato in analogico mediante elaborazioni in camera oscura. I lavori che proponiamo al Prague Photo spesse volte sono scelti tra le mostre fotografiche selezionate all’interno della programmazione espositiva di Kromart Gallery, galleria ubicata nei locali del CSF Adams, o tramite una call for entry a tema che lanciamo ogni anno a discrezione del Direttore Artistico della galleria o della Direttrice Didattica del CSF Adams.
Quest’anno abbiamo scelto di portare un progetto dei nostri allievi partecipanti al corso di specializzazione fotografica “Il nudo a nudo”. Chi ha la fortuna di partecipa al Prague Photo sa che fa un’esperienza che va al di là della pura esposizione fotografica: è una esperienza totale, in un luogo magico e di struggente bellezza dove si ha l’opportunità di incontrare e interloquire con autori, galleristi, curatori, collezionisti, storici dell’arte. Un’occasione da non perdere quindi, fatta di stimoli per una sicura crescita personale. Siamo da poco tornati a Roma e abbiamo già iniziato a lavorare ai prossimi progetti: un lavoro fotografico collettivo, progetti personali e la nuova call che verrà lanciata a fine primavera.
Il Maestro e Margherita
l Maestro e Margherita
di e con Riccardo Cecchetti e Simona Caprioli
edito da El Doctor Sax
introduzione di Gabriele Agostini
Non è la classica graphic novel che ripercorre filologicamente la trama del libro di Bulgakov: è un’opera in cui si gioca con vari linguaggi e con una serie di rimandi cinematografici e letterari, dove le figure del romanzo flirtano con i personaggi della cultura pop e alternativa del secondo Novecento.
✏️ la quarta di copertina
I sogni non sono soltanto un mondo di fantasia nel quale l’artista trova rifugio, sono anche parte della natura e dell’arte. Per dirlo in altro modo, l’arte è il luogo in cui i sogni e l’immaginazione s’incrociano e, assai prima che i romantici riscoprissero l’incubo o Freud l’inconscio, compito dell’arte era infondere nella realtà della veglia la forza e la vividezza e dramma dei sogni. Il pensiero visivo è più vicino ai processi inconsci di quanto lo sia il pensiero in parole, e indubbiamente più antica di quest’ultimo, sia ontogeneticamente che filogeneticamente. In altre parole, il cervello che sogna pensa, ma esprime i suoi pensieri in una forma arcaica, che ha preceduto il linguaggio astratto, così come i geroglifici hanno preceduto l’alfabeto fonetico.
Prague Photo XIVª Edizione
Gli autori di questa edizione
- Sara Munari a cura di Alessia Locatelli
- Jack Sal a cura di Manuela Del Leonardis
- Antonella Monzoni vincitrice della call for entry 2020 CSF Adams
- Veronica Benedetti vincitrice della call under 30 2021 CSF Adams
- Alessandra Braun, Tomeu Coll, Gaetano De Filippo, Giorgio De Finis, François Fasnibay, Antonello Ferrara, Carola Graziani, Gian Marco Sanna e Paola Tornambe’
a cura di Luisa Briganti
Barbara Cannizzaro, Cristina Cappellini, Elisa Clementelli, Elda Occhinero, Simona Ramponi, Ivana Rinalducci, Amelie Soffietti, Marco Tanfi, Alessandro Tempesta, Paola Tornambe
collettiva degli allievi del corso di autoritratto a cura di Simona Ghizzoni
Ideazione e Direzione Artistica di Gabriele Agostini
Produzione Centro Sperimentale di Fotografia Adams e KromArtGallery.
www.praguefoto.cz
www.csfadams.it
www.kromartgallery.it
Photopoerty
dove la fotografia si scopre essere uno dei luoghi privilegiati per attivare pratiche per una ricomposizione della propria geografia emozionale.
Dove ragioneremo sulla fotografia come “luogo dell’anima”, capace di evocare attraversamenti atemporali, dove l’apparenza si è staccata dalla vita, la figura si è dissociata dal suo senso.
La fotografia come annunciazione del nulla, percezione pura del non essere.
Poesia e immagine appaiono come le declinazioni di una fonte comune dalla quale possono generarsi vicendevolmente e appartenersi.
Ogni gesto espressivo, verbale o iconografico, è il luogo in cui impera la forma.
Questi corpi artistici vivono di continui richiami, di rimandi e corrispondenze.
L’immagine come luogo poetico, come un tempio da cui sia possibile trascendere, trasformare e distillare possibili parole.
Le parole come dono di una seconda vista, parole che si infrangono sugli scogli dell’indicibile, verso un assoluto che è la poesia senza parole, incontrando come unico luogo abitabile l’origine stessa del vedere e della rappresentazione muta.
A cura di Gabriele Agostini
Museo Macro Asilo | (Sala lettura) Martedì 26 marzo 2019 ore 18,00
Ingresso libero
JOSEF SUDEK:
Topografia delle macerie: Praga 1945
Uomini che sopra oscuri ponti camminano
dinanzi a santi
dai fiochi lumini.
Nubi che sopra il cielo grigio passano
dinanzi alle chiese
dai campanili che imbrunano.
Uno che al parapetto squadrato si appoggia
e guarda l’acqua serale,
le mani su vecchie pietre.
Franz Kafka
Tre fattori convergono sulla fotografia:
- l’essere fonte per la storia;
- l’essere agente di storia;
- l’essere strumento di narrazione
Questi tre piani si sovrappongono continuamente, risulta difficile stabilire dei confini da un settore all’altro.
Bisogna prendere atto che la fotografia è immune a ogni tentativo di rigida sistematizzazione.
Una fotografia, prodotta da un fotografo, è il prodotto di una quantità straordinaria di elementi: innanzi tutto il suo sguardo fotografico, il suo modo di inquadrare (la sua intenzionalità), una cultura della rappresentazione, la sua macchina e le sue competenze tecniche ed infine il suo archivio di immagini mentali o reali. Come si vede è al contempo produttore di fonti e un agente di storia.
Come trovare, dunque, la storia nella fotografia?
Che cosa della storia racconta la fotografia?
La fotografia, dunque, può essere letta in trasparenza, come fonte, per trovare in essa gli elementi non intenzionali o per porre nuove domande a quegli elementi la cui presenza risponde a una precisa intenzionalità; in questo risulta imprescindibile l’apporto di discipline che storicamente hanno cercato nella fotografia altro dalle intenzioni del suo produttore. Intenzionalità o non intenzionalità convergono poi nella fotografia come agente di storia. Infine la fotografia è ed è stata un linguaggio per raccontare eventi drammatici e felici, vicende personali e collettive, in una parola, la storia.
C’è una questione di estrema urgenza, ed è quella che riguarda l’uso storico dell’immagine fotografica.
Da tempo, il destinatario del lavoro dello storico non è più solo chi si occupa del suo stesso ambito disciplinare. Esiste un uso pubblico della storia, di cui i media sono i principali mezzi di trasmissione, che si propone obiettivi non sempre scientifici, ma esistono anche fruitori non specialisti che rivolgono un serio interesse alla disciplina. È un pubblico che dedica attenzione a iniziative editoriali o audiovisive e che richiede una proposta culturale che risponda a una qualità non proprio da consumo di massa.
Questa mostra va in questa direzione, di ogni immagine individua l’autore, il luogo, la data, l’evento, il committente, non limita la lettura a un unico documento fotografico: la serialità consente di ricondurre l’indeterminatezza dei frammenti a sistema, cerca quindi elementi qualitativi nelle relazioni tra i singoli documenti. Confronta la fotografia con altre fonti sia relative al documento fotografico sia al suo contenuto (fonti orali, cartacee). Studia i codici di rappresentazione e autorappresentazione tenendo conto delle loro origini e delle motivazioni che li hanno prodotti. Confronta il contesto storico-fotografico con il contesto storico, indaga sulla tecnica fotografica e sulla sua sintassi.
È una proposta di alto profilo culturale quella che oggi ci apprestiamo ad inaugurare.
L’autore, credo, non ha bisogno di presentazione. Tuttavia vorrei indegnamente spendere qualche parola su di lui.
Josef Sudek è un autore enigmatico e affascinante, attratto da visioni misteriose e cariche d’aura, da dettagli che rendono ogni foto un unicum, e da una tecnica spesso solo apparentemente imperfetta, soprattutto nella stampa. Sudek ama i grigi indefiniti, considerati spesso dai suoi contemporanei come una carenza di stile, da lui enfatizzati soprattutto nella scelta delle stampe a contatto. Seppure privato del braccio destro durante la Prima guerra mondiale, la fotografia è divenuta il centro del suo lavoro. Sudek sa attendere, anche per ore, a volte per interi giorni, il momento giusto. Nel suo caso non è un eufemismo dire che scriva con la luce, quella luce ricercata che caratterizza ogni suo scatto.
«Amo la vita degli oggetti», ha dichiarato in una intervista degli anni Cinquanta. «Quando i bambini vanno a letto, gli oggetti prendono vita. Mi piace raccontare storie sulla vita di oggetti inanimati». Sudek come cacciatore di magie dunque, anche nelle macerie.
Concludo citando le ultime righe di Praga magica di Angelo Maria Ripellino: “ Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo che vi ritornerò. In una bettola di Mala Strana, ombre della mia giovinezza, stappate una bottiglia di Mělník. Andrò a Praga, al cabaret Viola, a recitare i miei versi. Vi porterò i miei nipoti, i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti. Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza.”
La consegna all’immortalità attraverso l’arte “ è la sola vendetta contro il tempo che dura nel tempo.”
Harold Bloom
“Lo sguardo fotografico possiede una sorta di nonchalance che cattura l’apparizione degli oggetti
senza essere intrusivo.
Non cerca di provare o di analizzare la realtà.
Lo sguardo fotografico, invece, si applica – letteralmente – sulla superficie delle cose per illustrare la sua apparizione sotto veste di frammenti.
È una rivelazione molto breve, seguita immediatamente dalla sparizione degli oggetti.”
Jean Baudrillard

Attraversare se stessi, osservare il proprio “giardino segreto” abitato da dubbi, sogni, mostri notturni, vizzi, desideri.
Proviamo a immaginare nuovi mondi e rappresentare la “malattia o la gioia di vivere.”
Ha scritto Man Ray: “ Fotograferei un sogno piuttosto che un oggetto, si può trasformare una fotografia in uno specchio che catturi i propri sogni, i propri desideri.”
Saper guardare, voler guardare comporta sempre qualche rischio.
È un appuntamento al buio con la visione.
Il buio è necessario per evitare inutili legami, reminiscenze fuorvianti.
Bisogna riattivare un tasso di visualità inquinato e compromesso dagli eccessi della società delle immagini.
Dobbiamo condurre il nostro sguardo in una dimensione dell’insolito, attraversare brevi rivelazioni
che cambiano del tutto la nostra percezione primaria dell’immagine.
La realtà è insufficiente o scontata o addirittura banale e a volte insopportabile?
Dove trovare sollievo?
Dove cercare il luogo d’incontro delle nostre amarezze?
Come soddisfare il desiderio di essere unici in una società massificata?
Spingere la riflessione e l’interpretazione verso realtà altre, verso immagini lontane dal realismo descrittivo.
Immagini che vivono in una storia senza un inizio e una fine, una storia tutta racchiusa
nell’attimo della propria apparizione.

Chi vede queste immagini finisce per incamminarsi in un viaggio immerso in una specie di atassia simbolica e più cerca di cingere le forme, afferrare gli orpelli, più queste sfuggono.
La memoria perde ogni funzione di descrizione, registra solo la sensazione.
Nella cultura metropolitana la città assume un ruolo attivo e determinante nella manipolazione-trasformazione della coscienza individuale.
Georg Simmel nel 1900 aveva colto il ruolo che la grande città (Grossradt) assume nella formazione
del carattere precipuo del cittadino metropolitano, eliminando poco alla volta, dalla sua coscienza il
sentimento (Genut) con il sopravvento dell’intellettualizzazione (Verstand) di ogni pulsione affettivo-emotiva.
Un procedimento, questo, reso possibile dalla continua intensificazione della vita nervosa (Steingrung des Nervvenlebens).
Questo processo attivo di spezzettamento e smantellamento dell’Io, crea un uomo che si definisce
tramite le immagini che il territorio circostante gli rimanda.
La coscienza individuale attribuisce al tessuto metropolitano il ruolo di inerte fondale, scenario contro il quale si stagliano i conflitti dell’Io moderno immerso nelle contraddizioni metropolitane di natura economica, sociale, politica, culturale, percettiva.
La metropoli per le sue caratteristiche strutturali (energico movimento, rapida elaborazione di immagini violente, rumori, stress, concentrazioni di uomini, mezzi, case, attività frenetiche, ritmo sostenuto) è artefice di propagazione di continui shock nella folla che la attraversa; lo shock rimbalza dalla città alla folla e da questa all’individuo sperduto tra migliaia di altri che non conosce, che non riconosce; la violenza è tale da far acquistare a questo processo un ruolo determinante nella logorazione lenta e inesorabile della sensibilità individuale, trasformando il cittadino in un blasé, cinico, indifferente alle umani sofferenze.
La metropoli è il luogo dove si rivela il dominio incontrastato della semiocrazia.
È il luogo dove tutti i media, appaiono al loro massimo registro di efficienza.
In questa realtà da un lato i linguaggi urbani specialisti si trasformano in camera a tenuta stagna, tanto isolati gli uni dagli altri da diventare incomunicabili tra loro; dall’altro quelli “comuni” attraverso la ridondanza delle immagini e il loro ripetersi ossessivo divengono organizzazioni di segni che, poco alla volta, non è più possibile seguire; si accavallano, si compenetrano, si confondono e si aggrovigliano come i fili spezzati di una matassa senza fine.
La conseguenza sempre più evidente è che l’universo dei segni si sostituisce all’universo reale.
Il mondo reale con la sua complessità finisce, in questo modo, per allontanarsi indefinitivamente ed
è sostituito dall’iperealtà artificiale, dalla ripetizione coatta, dalla sovrabbondanza, dall’iperimmagine.
Il futuro e il passato non hanno più senso.
Dall’iperrealismo delle immagini, la città diventa immaginaria, fatta cioè d’immagini, luogo nel quale trionfa l’unico discorso possibile: quello dei segni che parlano di sè.
Assistiamo a quello che Walter Benjamin in Erfahrung und Arnut aveva intuito: che il patrimonio
culturale, la capacità di lettura della sedimentazione dello stesso non ha più valore se non si congiunge all’esperienza individuale.
Esperienza che viene negata dalla frenesia, dal guazzabuglio di immagini, di stili, di segni, di chincaglierie visive che nascondono un’orribile vacuità del genere umano, una spaventosa povertà culturale, quella che molti studiosi indicano come il deserto dei sentimenti e dell’intelligenza.
Il guazzabuglio di immagini è diventato sistema di vita; l’iniziale alienazione del cittadino metropolitano si è trasformata nella agnostica ottusa cecità dell’animale post-metropolitano.
L’intero universo dei significanti senza significato ha un solo nome, simulazione: di cultura, di significati, di stili, di razionalità, di progresso, di tecniche, di passato, di luci, di ombre, di umanità.
L’uomo post-moderno in bilico tra banalità volgare e follia.
Alla Babele dei segni, delle immagini per il loro carattere artificiale, rimane estraneo qualsiasi significato se non quello di costruire se stesso ponendosi come un universo organizzato per la liquidazione definitiva di qualsiasi discorso critico sulla realtà.
Attraversamenti metropolitani si pone come necessità di sottolineare la forte pregnanza reale che
l’irreale onirico, il rimosso assume nel quotidiano, dall’altro, quello di mettere in evidenza con estrema energia il carattere irreale che la realtà assume.
Avremmo potuto intitolare la raccolta di immagini che compongono questo libro “Alla ricerca delle vertigini percettive”.
Scrive Pino Bertelli: “Il conflitto è il padre di tutte le cose (Eraclito, diceva) e la realtà è generata dalla tensione tra i contrari.
L’apparenza non è la verità, ma l’ombra del patibolo che la sostiene.
C’è più verità in una valigia piena di sogni che in tutti i santi del cielo”.
Una fotografia dell’imperfezione dunque, è una costruzione di situazioni o una spinta di verità o di
disaffezione della realtà codificata che coglie al di là (o al di qua) del momento scippato alla storia, un frammento d’esistenza perduta o ritrovata.
È una trasformazione interiore e un viaggio verso il bene autentico della bellezza che sconfigge il brutto, l’insolenza e la violenza della civile barbarie.
E, come sappiamo dagli antichi, il vero bene è già in sé un atto morale e dentro un’etica delle passioni estreme sconfigge il dominio dell’ignoranza.
La bellezza della fotografia non addomestica ai linguaggi dominanti è quella che contravviene e si
oppone all’esposizione della banalità del male.
Ogni foto è un autoritratto.
È la scoperta di se stessi per mezzo della fotocamera e discorso sul mondo.
Fare una fotografia è un modo per riscrivere la realtà, per toccare qualcuno che è entrato nel nostro sguardo e ha donato la sua anima alle nostre carezze.
La fotografia in forma di poesia, non registra la realtà, la interpreta.
La fotografia della bellezza non corteggia la morte, anzi denuncia la cultura del disastro della quale è icona adorante e adorata. L’estetica del terrore poggia sull’ordinaria amministrazione di un esistente banalizzato.
Il ritorno alla ragione significa ritrovare l’innocenza perduta e lavorare affinché le utopie si trasformino in topie, ovvero in cammini possibili.
La fotografia della flânerie contiene smarrimento, libertà di vedere e reinterpretare l’infamia del mondo.
Comprendere l’istante significa volare nell’immaginario, perché la rappresentazione della realtà è sempre incompleta.
Questa fotografia si muove tra la disobbedienza e libertà.
Il flâneur è impavido, scanzonato, impertinente, è un aristocratico dell’anarchia, un analfabeta
della normalità, brucia la solitudine in uno sguardo incrociato con il passato e la schiuma ingenerosa del divenire.
Non evoca nulla, non conosce differenza tra fotografia e lacrime.
Il flâneur, come scrisse Charles Baudelaire, è “uno che porta a guinzaglio le tartarughe”.
Friedrich Nietzche, il dinamitardo di tutte le morali, insegna che soltanto la pratica della filosofia
dionisiaca, aurorale o dell’Eu-topia di Zarathustra… può devalorizzare le forme di nichilismo religioso, ideologico o economico e mostrare che le radici della storia concreta sono – al di là del bene e del male – nell’anima dell’uomo, nelle sue mani.
L’amore per la libertà e per la bellezza è un cammino, un segno, un sogno… la fotografia flaneuristica rivendica l’utopia della diversità e dell’opposizione.
Gabriele Agostini
“ La foto è il solo modo di percorrere la città in silenzio,
di attraversare il mondo in silenzio.”
Jean Baudrillard
Produrre informazioni, immagini, opere visive che risultino intrattabili (Jacques Ranciere). Immagini inutilizzabili da parte di un sistema informativo concepito solo per creare consenso e conferme per se stesso.
Creare immagini che si basano su una “sospensione”, sul mutismo provvisorio davanti a un oggetto visivo che vi lascia disorientati, privi della capacità di dargli senso, forse persino di descriverlo; – tale sospensione – imporrà quindi la costruzione di questo silenzio in un lavoro del linguaggio capace di operare una critica dei propri cliché. (Georges Didi-Huberman)
L’Arte, se non vuole rinchiudersi in un’illusoria auto-certezza di mera riproposizione di un’identità uguale a se stessa, definita una volta per tutte, è infatti costretta a cercare nuove vie, a praticare nuove sperimentazioni linguistiche per strutturare nuove possibilità di senso e comprensione.
Oggi questo significa ricercare il silenzio, trasformando la visione in un percorso esperenziale.
Fotografare non solo quel che si vede, ma anche ciò che si ascolta, si odora, si sente emozionalmente, gli spazi vuoti, l’impermanenza.
Essere dentro il paesaggio e vedere il paesaggio che ti guarda.
Corteggiare il fotografabile prevede lentezza, attesa, dedizione dello sguardo e della mente in silenziosa solitudine.
Volutamente in contrasto con le modalità sempre più superficiali e rapide del vedere, dobbiamo tornare ad una pratica fotografica capace di sostare, di attendere e osservare in silenzio fino a creare visioni che mormorano, che non urlano, che replicano il silenzio e ce lo raccontano.
Una fotografia capace di approdare a rimandi e suggestioni, che apre a sospensioni, incertezze, ambiguità, che incontri scenari segreti rarefatti, lontana da suggerimenti, sensi univoci e conformi.
Immagini che attraversano realtà e finzione, passato e presente, bellezza e inquietudine, dotate di uno spessore misterioso, di una vibrazione che le anima, di un tempo cristallizzato.
Immagini che ci conducono negli interstizi di spazi sconosciuti, dove il nostro immaginario si apre all’inafferrabile ma persistente del non so che.
Immagini frutto di relazioni tra visibile e invisibile, presenza e assenza di un altrove mai davvero raggiungibile, immagini che non si esauriscono né nella mera intuizione e neppure nel pensiero concettuale.
Sapere assumere il silenzio come modalità di relazione con il mondo, significa accogliere i ricordi, le tracce, inoltrarsi in un tempo dilatato, aperto al rammemorare.
La fotografia del silenzio è quella che sa creare uno spazio di silenzio dentro di sé, un intervallo dissonante che ferma, almeno per un attimo i nostri pensieri abituali per aprirli verso un altrove.
Il silenzio, pur nella sua apparente debolezza, delicatezza, fragilità, può essere forza, alterità, là dove ci interroga, perché incrina le nostre certezze, perché ci inquieta, offrendosi nel suo mistero e mostrandoci la dimensione assente nelle immagini e nella realtà stessa.
Gabriele Agostini
Sono tra gli ideatori e organizzatori della prima manifestazione fotografica KromArt .
KromArt – fotografia e non solo…
Roma 8 – 11 giugno 2017
ex Cartiera Latina Via Appia Antica 42
Il Centro Sperimentale di fotografia adams organizza la prima edizione della manifestazione espositiva fotografica KromArt – fotografia e non solo… nei locali della ex Cartiera Latina dall’ 8 all’ 11 giugno. L’iniziativa, vuole essere un’occasione di incontro, riflessione e dibattito sullo stato della fotografia italiana e internazionale; una vetrina espositiva di autori noti ed emergenti che presentano le loro ultime produzioni fotografiche.
KromArt – fotografia e non solo… è un progetto espositivo ad evento annuale che assorbe l’esperienza maturata negli anni da cascinafarsettiArt innovandone la formula e i luoghi espositivi. La stessa manifestazione, proseguirà con una programmazione articolata durante l’anno all’interno dei locali della galleria d’arte KromArt.
Espongono:
dalla Polonia Kasia Derwinska, dalla Repubblica Ceca Jan Mlcoch e Tomas Paulus, dalla Romania Loredana Bardas, dall’Italia Lucia Brancati, Luciano Carletti, Stefano Cherti, Mario Di Lorenzo, Chiara Pansini, Riccardo Piredda, Daniele Romaniello Katia Rossi, Alessio Vissani, Pina Zenga.
Roberta Marsigli, vincitrice della residenza d’artista anno 2016 presso il C.S.F.adams
Saranno presenti le opere dei finalisti del concorso fotografico Nessun limite eccetto il cielo…, promosso dal Creative Art Contest, Sara Aguzzoni, Filiberto Galli, Leonardo Perri.
PRAGUE PHOTO Xª Edizione
Terra, luce, carne.
La fotografia, moderna incantatrice, incontra l’argilla, materia viva e arcaica, incontra la luce e l’ombra, entità intangibili, registra la materia vibrante del corpo, ne ripercorre le relazioni, scopre il tempo, la storia.
Ne deriva un’opera lenta e contemplativa, che induce l’occhio ad indugiare, a soffermarsi sulle linee e sui contrasti, ad accarezzare i pieni e i vuoti, al fine di ripercorre lo svolgersi del sottile gioco – a volte palese, a volte ambiguo – tra materia, luce e carne.
La fotografia interrogando con saggezza il presente diviene contemporanea del futuro.
Anche il lontano passato può essere visto come una risacca del futuro.
Questo lavoro ci racconta il mito della nascita della pittura così come attribuito a Erodoto, tramandataci dalla narrazione di Plinio il Vecchio nella sua Naturalismi Historia, XXXV, 15 e 151, ci racconta del Golem, mito Ebraico e del folclore medievale.
La fantasia è ben altra cosa che fuga verso l’irreale, la si trova esplorando i sobborghi del reale.
Il fantastico dimora tra l’universo visibile e l’universo invisibile.
Talvolta i confini si spostano o si compenetrano, ed è lì che ci conduce la ricerca fotografica di Gabriele
Un lavoro, come da sempre ci hanno abituato gli autori, sostenuto da un forte rigore formale.
Luisa Briganti
Quando l’incanto dell’ambiguità abita la fotografia
a cura di Gabriele Agostini
Molte fotografie del novecento sono analizzate, studiate e raccontate. Si studia la fotografia nella storia, la fotografia e la sto- ria, la storia nella fotografia.
La fotografia come fonte, come agente e come stru- mento. Si analizza il rapporto complesso tra arte e fotografia, tra fotografia ed arte.
Si indaga sulla produzione di un autore, cogliendone tutte le suggestioni. Ci si interroga sulla sua vita, si cerca di segnarne gli in- contri, le frequentazioni.
Molte immagini escono divengono delle icone.





































