MATERIA VIVA in mostra al Festiwal Fotografii Frankenstein
Materia Viva
La scomparsa del tempo e della memoria
La fotografia è spesso un veicolo di appunti, riflessioni, dialoghi, vicinanza e segreti nascosti. Fotografare è un gesto che permette di mantenere in vita ciò che il tempo che scorre condanna all’oblio. È un vano e illusorio tentativo di sottrarsi alla morte. Così è per il fotografo, così è per il fotografato. Siamo tutti chiamati a partecipare a questa grande illusione. Queste fotografie non sono storie compiute – non possono esserlo e non desiderano esserlo. Sono soltanto appunti, riflessioni, lampi, impressioni fugaci.
In esse è possibile riconoscere un solo ordine: l’ordine del caso. Casuale è la vita, casuali sono gli incontri, gli sguardi e gli attimi che scorrono. È questa la regola del gioco che ci permette di comprendere la fotografia; di amare lo smarrimento e l’imprevedibilità che il caso continua instancabilmente a offrirci.
Ogni fotografia è un’eredità, un dono segnato soprattutto dal desiderio inconsapevole di trasmettere all’altro una parte di sé: un’intimità silenziosa, un’occasione perduta. In queste immagini affido molte storie possibili, che avrebbero potuto accadere, non sono accadute e non accadranno mai. Eppure possiamo ancora abitarle, viverle, sognarle e farle nostre. È questa la magia immutabile della fotografia: l’illusione. Che si tratti di corpi nudi, di oggetti o di paesaggi, tutto diventa uno spazio da esplorare, attraversare, profanare ed elevare nel grande teatro della vita.
Brodskij diceva: «L’arte imita la morte»… cioè imita un regno del quale la vita non può offrirci alcuna conoscenza.
Ciò che mi interessa di questo lavoro è l’esplorazione della dissolvenza della materia e della forma, attraversate da una luce obliqua, capace di rivelare bagliori tremolanti e riflessi inquieti di una rappresentazione sospesa tra fiaba e mito, tra sogno e veglia. Una luce che stende un velo d’incanto sugli elementi, i quali abbandonano il loro volto familiare per animarsi di una seconda vita, cifrata, misteriosa, crepuscolare. Il corpo diventa allora un paesaggio inquieto, sospeso tra il sogno e l’incubo, scenario di albe oniriche e tramonti mentali, capace di mettere in risalto la fragile e incerta condizione dell’esistenza. Un tentativo di raggiungere l’infinito attraverso la cattura dell’orizzonte del silenzio entro i confini dell’apparenza.
Un monologo solitario senza parole, nel quale il copione tace.
Una silenziosa cascata di lampi cade con una lentezza possente; sperimentiamo l’incanto del déjà-vu, la folgorante sensazione di avere già vissuto, di essere già stati in quel passato insondabile. Il paradossale riconoscimento dell’impossibile significa ritrovare se stessi come stranieri e intraprendere un disperato inseguimento di quell’estraneo che era in noi e che continuava incessantemente a sfuggirci.
Cortocircuiti della logica e del tempo, tentativi di ricomporre e riassemblare i frammenti della memoria.
Gabriele Agostini
Il Festival si svolge nella cittadina polacca storicamente chiamata Frankenstein è Ząbkowice Śląskie, situata nella regione della Bassa Slesia.
Dall’8 agosto fino al 4 settembre 2026

