Author:gabri940

Prague Photo XVIª Edizione

Prague Photo XVIª edizione

Il CSF Adams come ogni anno partecipa alla manifestazione Prague Photo Festival giunta alla sua XVI° edizione. Come consueto le location sono di prestigio, dal Kafka House Palace…al Clam Gallas Palace, tutte caratterizzate da essere ubicate nel centro storico di Praga (Municipio di Praga I) in edifici storici di particolare rilievo e pregio. Questo festival si caratterizza dalla contemporanea partecipazione di scuole di fotografia, gallerie, artisti e fotografi. Ogni anno il festival sceglie di ospitare un’artista-fotografo di rilievo internazionale. Quest’anno la scelta è ricaduta su Eliska Bartek, una valente artista che avemmo la fortuna di conoscere tanti anni fa durante una esposizione a Praga. Eliska Bartek fu anche nostra ospite alla nostra manifestazione annuale che si svolgeva presso Cascina Farsetti nel parco di Villa Pamphili, Roma, all’interno di una rassegna fotografica denominata cascinafarsettiArt attiva fino al 2012.

Il CSF Adams partecipa al Prague Photo Festival presentando e privilegiando lavori di giovani autori, di studenti meritori e di corsisti.
Nella edizione del 2021 l’ospite d’onore della manifestazione è stata Gaia Adducchio, un’autrice affermata, già studentessa del Centro Sperimentale di Fotografia Adams, che presentò un lavoro dalla forte connotazione sperimentale realizzato in analogico mediante elaborazioni in camera oscura. I lavori che proponiamo al Prague Photo spesse volte sono scelti tra le mostre fotografiche selezionate all’interno della programmazione espositiva di Kromart Gallery, galleria ubicata nei locali del CSF Adams, o tramite una call for entry a tema che lanciamo ogni anno a discrezione del Direttore Artistico della galleria o della Direttrice Didattica del CSF Adams.

Quest’anno abbiamo scelto di portare un progetto dei nostri allievi partecipanti al corso di specializzazione fotografica “Il nudo a nudo”. Chi ha la fortuna di partecipa al Prague Photo sa che fa un’esperienza che va al di là della pura esposizione fotografica: è una esperienza totale, in un luogo magico e di struggente bellezza dove si ha l’opportunità di incontrare e interloquire con autori, galleristi, curatori, collezionisti, storici dell’arte. Un’occasione da non perdere quindi, fatta di stimoli per una sicura crescita personale.   Siamo da poco tornati a Roma e abbiamo già iniziato a lavorare ai prossimi progetti: un lavoro fotografico collettivo, progetti personali e la nuova call che verrà lanciata a fine primavera.

Il Maestro e Margherita

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Il Maestro e Margherita

l Maestro e Margherita
di e con Riccardo Cecchetti Simona Caprioli
edito da El Doctor Sax
introduzione di  Gabriele Agostini

Non è la classica graphic novel che ripercorre filologicamente la trama del libro di Bulgakov: è un’opera in cui si gioca con vari linguaggi e con una serie di rimandi cinematografici e letterari, dove le figure del romanzo flirtano con i personaggi della cultura pop e alternativa del secondo Novecento.
✏️ la quarta di copertina
I sogni non sono soltanto un mondo di fantasia nel quale l’artista trova rifugio, sono anche parte della natura e dell’arte. Per dirlo in altro modo, l’arte è il luogo in cui i sogni e l’immaginazione s’incrociano e, assai prima che i romantici riscoprissero l’incubo o Freud l’inconscio, compito dell’arte era infondere nella realtà della veglia la forza e la vividezza e dramma dei sogni. Il pensiero visivo è più vicino ai processi inconsci di quanto lo sia il pensiero in parole, e indubbiamente più antica di quest’ultimo, sia ontogeneticamente che filogeneticamente. In altre parole, il cervello che sogna pensa, ma esprime i suoi pensieri in una forma arcaica, che ha preceduto il linguaggio astratto, così come i geroglifici hanno preceduto l’alfabeto fonetico.

FLEUR

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Fleur

Foto di Nina Šmídek

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Diretta da Giovanna Pennacchi

Presenta:

Fleurs
Di Nina Smidek
A cura di Luisa Briganti in collaborazione con
Centro Sperimentale di Fotografia Adams 

Dal 12 aprile al 7 maggio 2022 
Vernissage Martedì 12 aprile 2022 ore 18:00

“Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti.”
Rainer Maria Rilke

Espressione della cultura mitteleuropea caratterizzata dalla molteplicità, sospesa tra secessione e simbolismo, tra scienza ed arte, carica di malinconia e ironia. Disincantata verso le apocalissi della cultura occidentale ma con uno sguardo filosofico persistentemente e profondamente orientato alla ricerca di memoria come ricerca di senso della propria identità. Artista carica di lievità atemporale, disillusa dalle sirene della modernità, sceglie di rifugiarsi in un mondo fantastico, favolistico, onirico dove regnano i cicli della natura, e dove attraverso il sogno il soprannaturale prende vita. Questo viaggio introspettivo si impone per giungere all’appuntamento con se stessi. L’artista si pone al servizio d’una volontà superiore che l’oltrepassa, diviene pertanto solamente l’interprete di una trascendenza. Artista dotata di una carica di religiosità laica. Musicista classica, ballerina di tango argentino, fotografa e cercatrice dell’altrove nelle vicende umane. Alterna instancabili viaggi a lunghi periodi di creazione nella solitudine del suo studio. Qui ha sviluppato una propria personalissima tecnica, che consiste nell’ibridazione di fotografia e pittura a olio. Attraverso lussuosi pigmenti su carta in fibra di gelso giapponese, le sue opere tornano magicamente, ad essere fotografie, come in un eterno ciclo temporale. La sua opera, come la sua vita, è una Gesamstkunstwerk, costantemente rivolta alla ricerca dell’armonia del proprio essere e ciò la porta ad introdurre registrazioni sonore nelle sue opere, per consentire allo spettatore di immergersi con più profondità nel suo mondo interiore. Il lessico visivo dell’artista è caratterizzato da venature intrise di nostalgia e malinconia capaci di suggellare con il tempo un patto che ci trasferisce in un altrove di memoria rallentata ed abitata da struggente solitudine. Un mondo composto di luce, armonia e sentimento.
Gabriele Agostini

 

info Acta international
Via Panisperna, 82-83
00184 Roma
+39 064742005
info@actainternational.it
direzione:
Giovanna Pennacchi

Orari
Martedì – Sabato   16 – 19.30

Nina Šmídek praghese di nascita, vive e lavora tra Praga e Parigi. Pittrice, fotografa, musicista classica, ballerina di tango argentino, cittadina del mondo, si dedica a vedere l’invisibile, realizzando fotografie d’arte che emergono dal subconscio. Artefice di una particolare e singolare ibridazione di fotografia e pittura ad olio.

Ha esposto

  • 2021
    Mostra personale in corso presso la Clinica Fidentia, Orechovka, Praga
  • 2020
    Salon d’Automne 2020, Champs Elysées, Parigi
    Mostra UnisVers’ART, Palazzo Brullov, San Pietroburgo (annullata causa covid19)
    Salon Comparaisons 2020, Grand Palais, Parigi
  • 2019
    Fotorenesance, Topic Fair, Praga 2019
    Asta Via Fondazione, Palazzo Žofín, Praga
    Cascina Farsetti Art 2019, Palazzo Velli, Roma
    Salon d’Automne 2020, Champs Elysées, Parigi 2019, Champs-Elysées, Parigi
    Fuori Luogo, Venezia, Italia
    Fiera d’autunno cinese, Xi’An
    Salon Comparaisons 2019 , Grand Palais, Parigi
  • 2018
    Komart Gallery , Roma
    Czech Photography Salon I, Salon Topic, Praga
    Salon d’Automne 2020, Champs Elysées, Parigi
    2018, Champs-Elysées, Parigi
    Cascina FarsettiArt , Palazzo Velli, Roma
    Aria aperta, Varna, Obzor
    Praga Photo 2018 (Palazzo Clam Gallas), Confronti tra saloni di Praga, Grand Palais, Parigi
    Creazione del libro d’artista Prefazione di Gerard Xuriguera 2018
  • 2017
    Intorno a Gérard Xuriguera
    Gallerie Roy Sfeir e Samagra, rue de Seine, Parigi

PRAGUE PHOTO XIVª Edizione

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Prague Photo  XIVª Edizione

Gli autori di questa edizione

  • Sara Munari a cura di Alessia Locatelli
  • Jack Sal a cura di Manuela Del Leonardis
  • Antonella Monzoni vincitrice della call for entry 2020 CSF Adams
  • Veronica Benedetti vincitrice della call under 30 2021 CSF Adams
  • Alessandra Braun, Tomeu Coll, Gaetano De Filippo, Giorgio De Finis, François Fasnibay, Antonello Ferrara, Carola Graziani, Gian Marco Sanna e Paola Tornambe’

a cura di Luisa Briganti


Barbara Cannizzaro, Cristina Cappellini, Elisa Clementelli, Elda Occhinero, Simona Ramponi, Ivana Rinalducci, Amelie Soffietti, Marco Tanfi, Alessandro Tempesta, Paola Tornambe

collettiva degli allievi del corso di autoritratto a cura di Simona Ghizzoni

Ideazione e Direzione Artistica di Gabriele Agostini

Produzione Centro Sperimentale di Fotografia Adams e KromArtGallery.

www.praguefoto.cz
www.csfadams.it
www.kromartgallery.it

 

Guerra ai Poveri |Tano D’amico

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Guerra ai poveri, inediti di Tano D’Amico, mostra fotografica.

Nei suoi attraversamenti randagi, il poeta della fotografia, incontra  il mondo degli esclusi, degli ultimi, dei senza parola, degli umiliati ed offesi. Con il consueto linguaggio a cui ci ha abituato, intriso di lirismo poetico e graffiante realtà, il fotografo, che sa di operare in un mondo sempre meno illuminato e, per questo prigioniero dell’asprezza della desolazione, ci racconta che un altrove di riscatto è ancora possibile.

Che la bellezza, la dignità, si trovano nell’uomo, nella sua consapevolezza di appartenere ad una storia collettiva, nella pratica del conflitto, nell’essere alterità ad un sistema votato a produrre povertà, marginalità e sofferenza dei più in cambio dell’ arricchimento e del potere dei pochi.

Foto di rara bellezza, queste, con il consueto bianco e nero catramoso, ci raccontano la storia di un’umanità e una moltitudine ancora in cammino nella storia, nonostante tutto.

KromArt Gallery – Via Biagio Pallai 12 Roma

Dall’11 maggio 2018 al 7 giugno 2018

Produzione Centro Sperimentale di Fotografia adams

 

Curatore Gabriele Agostini

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Photopoerty

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Photopoerty

dove la fotografia si scopre essere uno dei luoghi privilegiati per attivare pratiche per una ricomposizione della propria geografia emozionale.

Dove ragioneremo sulla fotografia come “luogo dell’anima”, capace di evocare attraversamenti atemporali, dove l’apparenza si è staccata dalla vita, la figura si è dissociata dal suo senso.

La fotografia come annunciazione del nulla, percezione pura del non essere.

Poesia e immagine appaiono come le declinazioni di una fonte comune dalla quale possono generarsi vicendevolmente e appartenersi.

Ogni gesto espressivo, verbale o iconografico, è il luogo in cui impera la forma.

Questi corpi artistici vivono di continui richiami, di rimandi e corrispondenze.

L’immagine come luogo poetico, come un tempio da cui sia possibile trascendere, trasformare e distillare possibili parole.

Le parole come dono di una seconda vista, parole che si infrangono sugli scogli dell’indicibile, verso un assoluto che è la poesia senza parole, incontrando come unico luogo abitabile l’origine stessa del vedere e della rappresentazione muta.

A cura di Gabriele Agostini

Museo Macro Asilo |  (Sala lettura) Martedì 26 marzo 2019 ore 18,00

Ingresso libero

JOSEF SUDEK: Topografia delle macerie: Praga 1945

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JOSEF SUDEK:
Topografia delle macerie: Praga 1945

Uomini che sopra oscuri ponti camminano
dinanzi a santi
dai fiochi lumini.
Nubi che sopra il cielo grigio passano
dinanzi alle chiese
dai campanili che imbrunano.
Uno che al parapetto squadrato si appoggia
e guarda l’acqua serale,
le mani su vecchie pietre.
Franz Kafka

Tre fattori convergono sulla fotografia:

  • l’essere fonte per la storia;
  • l’essere agente di storia;
  • l’essere strumento di narrazione

Questi tre piani si sovrappongono continuamente, risulta difficile stabilire dei confini da un settore all’altro.

Bisogna prendere atto che la fotografia è immune a ogni tentativo di rigida sistematizzazione.

Una fotografia, prodotta da un fotografo, è il prodotto di una quantità straordinaria di elementi: innanzi tutto il suo sguardo fotografico, il suo modo di inquadrare (la sua intenzionalità), una cultura della rappresentazione, la sua macchina e le sue competenze tecniche ed infine il suo archivio di immagini mentali o reali. Come si vede è al contempo produttore di fonti e un agente di storia.

Come trovare, dunque, la storia nella fotografia?

Che cosa della storia racconta la fotografia?

La fotografia, dunque, può essere letta in trasparenza, come fonte, per trovare in essa gli elementi non intenzionali o per porre nuove domande a quegli elementi la cui presenza risponde a una precisa intenzionalità; in questo risulta imprescindibile l’apporto di discipline che storicamente hanno cercato nella fotografia altro dalle intenzioni del suo produttore. Intenzionalità o non intenzionalità convergono poi nella fotografia come agente di storia. Infine la fotografia è ed è stata un linguaggio per raccontare eventi drammatici e felici, vicende personali e collettive, in una parola, la storia.

C’è una questione di estrema urgenza, ed è quella che riguarda l’uso storico dell’immagine fotografica.

Da tempo, il destinatario del lavoro dello storico non è più solo chi si occupa del suo stesso ambito disciplinare. Esiste un uso pubblico della storia, di cui i media sono i principali mezzi di trasmissione, che si propone obiettivi non sempre scientifici, ma esistono anche fruitori non specialisti che rivolgono un serio interesse alla disciplina. È un pubblico che dedica attenzione a iniziative editoriali o audiovisive e che richiede una proposta culturale che risponda a una qualità non proprio da consumo di massa.

Questa mostra va in questa direzione, di ogni immagine individua l’autore, il luogo, la data, l’evento, il committente, non limita la lettura a un unico documento fotografico: la serialità consente di ricondurre l’indeterminatezza dei frammenti a sistema, cerca quindi elementi qualitativi nelle relazioni tra i singoli documenti. Confronta la fotografia con altre fonti sia relative al documento fotografico sia al suo contenuto (fonti orali, cartacee). Studia i codici di rappresentazione e autorappresentazione tenendo conto delle loro origini e delle motivazioni che li hanno prodotti. Confronta il contesto storico-fotografico con il contesto storico, indaga sulla tecnica fotografica e sulla sua sintassi.

È una proposta di alto profilo culturale quella che oggi ci apprestiamo ad inaugurare.

L’autore, credo, non ha bisogno di presentazione. Tuttavia vorrei indegnamente spendere qualche parola su di lui.

Josef Sudek è un autore enigmatico e affascinante, attratto da visioni misteriose e cariche d’aura, da dettagli che rendono ogni foto un unicum, e da una tecnica spesso solo apparentemente imperfetta, soprattutto nella stampa. Sudek ama i grigi indefiniti, considerati spesso dai suoi contemporanei come una carenza di stile, da lui enfatizzati soprattutto nella scelta delle stampe a contatto. Seppure privato del braccio destro durante la Prima guerra mondiale, la fotografia è divenuta il centro del suo lavoro. Sudek sa attendere, anche per ore, a volte per interi giorni, il momento giusto. Nel suo caso non è un eufemismo dire che scriva con la luce, quella luce ricercata che caratterizza ogni suo scatto.

«Amo la vita degli oggetti», ha dichiarato in una intervista degli anni Cinquanta. «Quando i bambini vanno a letto, gli oggetti prendono vita. Mi piace raccontare storie sulla vita di oggetti inanimati». Sudek come cacciatore di magie dunque, anche nelle macerie.

Concludo citando le ultime righe di Praga magica di Angelo Maria Ripellino: “ Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo che vi ritornerò. In una bettola di Mala Strana, ombre della mia giovinezza, stappate una bottiglia di Mělník. Andrò a Praga, al cabaret Viola, a recitare i miei versi. Vi porterò i miei nipoti, i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti. Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza.”

AttraversaMenti

La consegna all’immortalità attraverso l’arte “ è la sola vendetta contro il tempo che dura nel tempo.”

Harold Bloom

Lo sguardo fotografico possiede una sorta di nonchalance che cattura l’apparizione degli oggetti

senza essere intrusivo.

Non cerca di provare o di analizzare la realtà.

Lo sguardo fotografico, invece, si applica – letteralmente – sulla superficie delle cose per illustrare la sua apparizione sotto veste di frammenti.

È una rivelazione molto breve, seguita immediatamente dalla sparizione degli oggetti.”

Jean Baudrillard

MP4 Player

Attraversare se stessi, osservare il proprio “giardino segreto” abitato da dubbi, sogni, mostri notturni, vizzi, desideri.

Proviamo a immaginare nuovi mondi e rappresentare la “malattia o la gioia di vivere.”

Ha scritto Man Ray: “ Fotograferei un sogno piuttosto che un oggetto, si può trasformare una fotografia in uno specchio che catturi i propri sogni, i propri desideri.”

Saper guardare, voler guardare comporta sempre qualche rischio.

È un appuntamento al buio con la visione.

Il buio è necessario per evitare inutili legami, reminiscenze fuorvianti.

Bisogna riattivare un tasso di visualità inquinato e compromesso dagli eccessi della società delle immagini.

Dobbiamo condurre il nostro sguardo in una dimensione dell’insolito, attraversare brevi rivelazioni

che cambiano del tutto la nostra percezione primaria dell’immagine.

La realtà è insufficiente o scontata o addirittura banale e a volte insopportabile?

Dove trovare sollievo?

Dove cercare il luogo d’incontro delle nostre amarezze?

Come soddisfare il desiderio di essere unici in una società massificata?

Spingere la riflessione e l’interpretazione verso realtà altre, verso immagini lontane dal realismo descrittivo.

Immagini che vivono in una storia senza un inizio e una fine, una storia tutta racchiusa

nell’attimo della propria apparizione.

Chi vede queste immagini finisce per incamminarsi in un viaggio immerso in una specie di atassia simbolica e più cerca di cingere le forme, afferrare gli orpelli, più queste sfuggono.

La memoria perde ogni funzione di descrizione, registra solo la sensazione.

Nella cultura metropolitana la città assume un ruolo attivo e determinante nella manipolazione-trasformazione della coscienza individuale.

Georg Simmel nel 1900 aveva colto il ruolo che la grande città (Grossradt) assume nella formazione

del carattere precipuo del cittadino metropolitano, eliminando poco alla volta, dalla sua coscienza il

sentimento (Genut) con il sopravvento dell’intellettualizzazione (Verstand) di ogni pulsione affettivo-emotiva.

Un procedimento, questo, reso possibile dalla continua intensificazione della vita nervosa (Steingrung des Nervvenlebens).

Questo processo attivo di spezzettamento e smantellamento dell’Io, crea un uomo che si definisce

tramite le immagini che il territorio circostante gli rimanda.

La coscienza individuale attribuisce al tessuto metropolitano il ruolo di inerte fondale, scenario contro il quale si stagliano i conflitti dell’Io moderno immerso nelle contraddizioni metropolitane di natura economica, sociale, politica, culturale, percettiva.

La metropoli per le sue caratteristiche strutturali (energico movimento, rapida elaborazione di immagini violente, rumori, stress, concentrazioni di uomini, mezzi, case, attività frenetiche, ritmo sostenuto) è artefice di propagazione di continui shock nella folla che la attraversa; lo shock rimbalza dalla città alla folla e da questa all’individuo sperduto tra migliaia di altri che non conosce, che non riconosce; la violenza è tale da far acquistare a questo processo un ruolo determinante nella logorazione lenta e inesorabile della sensibilità individuale, trasformando il cittadino in un blasé, cinico, indifferente alle umani sofferenze.

La metropoli è il luogo dove si rivela il dominio incontrastato della semiocrazia.

È il luogo dove tutti i media, appaiono al loro massimo registro di efficienza.

In questa realtà da un lato i linguaggi urbani specialisti si trasformano in camera a tenuta stagna, tanto isolati gli uni dagli altri da diventare incomunicabili tra loro; dall’altro quelli “comuni” attraverso la ridondanza delle immagini e il loro ripetersi ossessivo divengono organizzazioni di segni che, poco alla volta, non è più possibile seguire; si accavallano, si compenetrano, si confondono e si aggrovigliano come i fili spezzati di una matassa senza fine.

La conseguenza sempre più evidente è che l’universo dei segni si sostituisce all’universo reale.

Il mondo reale con la sua complessità finisce, in questo modo, per allontanarsi indefinitivamente ed

è sostituito dall’iperealtà artificiale, dalla ripetizione coatta, dalla sovrabbondanza, dall’iperimmagine.

Il futuro e il passato non hanno più senso.

Dall’iperrealismo delle immagini, la città diventa immaginaria, fatta cioè d’immagini, luogo nel quale trionfa l’unico discorso possibile: quello dei segni che parlano di sè.

Assistiamo a quello che Walter Benjamin in Erfahrung und Arnut aveva intuito: che il patrimonio

culturale, la capacità di lettura della sedimentazione dello stesso non ha più valore se non si congiunge all’esperienza individuale.

Esperienza che viene negata dalla frenesia, dal guazzabuglio di immagini, di stili, di segni, di chincaglierie visive che nascondono un’orribile vacuità del genere umano, una spaventosa povertà culturale, quella che molti studiosi indicano come il deserto dei sentimenti e dell’intelligenza.

Il guazzabuglio di immagini è diventato sistema di vita; l’iniziale alienazione del cittadino metropolitano si è trasformata nella agnostica ottusa cecità dell’animale post-metropolitano.

L’intero universo dei significanti senza significato ha un solo nome, simulazione: di cultura, di significati, di stili, di razionalità, di progresso, di tecniche, di passato, di luci, di ombre, di umanità.

L’uomo post-moderno in bilico tra banalità volgare e follia.

Alla Babele dei segni, delle immagini per il loro carattere artificiale, rimane estraneo qualsiasi significato se non quello di costruire se stesso ponendosi come un universo organizzato per la liquidazione definitiva di qualsiasi discorso critico sulla realtà.

Attraversamenti metropolitani si pone come necessità di sottolineare la forte pregnanza reale che

l’irreale onirico, il rimosso assume nel quotidiano, dall’altro, quello di mettere in evidenza con estrema energia il carattere irreale che la realtà assume.

Avremmo potuto intitolare la raccolta di immagini che compongono questo libro “Alla ricerca delle vertigini percettive”.

Scrive Pino Bertelli: “Il conflitto è il padre di tutte le cose (Eraclito, diceva) e la realtà è generata dalla tensione tra i contrari.

L’apparenza non è la verità, ma l’ombra del patibolo che la sostiene.

C’è più verità in una valigia piena di sogni che in tutti i santi del cielo”.

Una fotografia dell’imperfezione dunque, è una costruzione di situazioni o una spinta di verità o di

disaffezione della realtà codificata che coglie al di là (o al di qua) del momento scippato alla storia, un frammento d’esistenza perduta o ritrovata.

È una trasformazione interiore e un viaggio verso il bene autentico della bellezza che sconfigge il brutto, l’insolenza e la violenza della civile barbarie.

E, come sappiamo dagli antichi, il vero bene è già in sé un atto morale e dentro un’etica delle passioni estreme sconfigge il dominio dell’ignoranza.

La bellezza della fotografia non addomestica ai linguaggi dominanti è quella che contravviene e si

oppone all’esposizione della banalità del male.

Ogni foto è un autoritratto.

È la scoperta di se stessi per mezzo della fotocamera e discorso sul mondo.

Fare una fotografia è un modo per riscrivere la realtà, per toccare qualcuno che è entrato nel nostro sguardo e ha donato la sua anima alle nostre carezze.

La fotografia in forma di poesia, non registra la realtà, la interpreta.

La fotografia della bellezza non corteggia la morte, anzi denuncia la cultura del disastro della quale è icona adorante e adorata. L’estetica del terrore poggia sull’ordinaria amministrazione di un esistente banalizzato.

Il ritorno alla ragione significa ritrovare l’innocenza perduta e lavorare affinché le utopie si trasformino in topie, ovvero in cammini possibili.

La fotografia della flânerie contiene smarrimento, libertà di vedere e reinterpretare l’infamia del mondo.

Comprendere l’istante significa volare nell’immaginario, perché la rappresentazione della realtà è sempre incompleta.

Questa fotografia si muove tra la disobbedienza e libertà.

Il flâneur è impavido, scanzonato, impertinente, è un aristocratico dell’anarchia, un analfabeta

della normalità, brucia la solitudine in uno sguardo incrociato con il passato e la schiuma ingenerosa del divenire.

Non evoca nulla, non conosce differenza tra fotografia e lacrime.

Il flâneur, come scrisse Charles Baudelaire, è “uno che porta a guinzaglio le tartarughe”.

Friedrich Nietzche, il dinamitardo di tutte le morali, insegna che soltanto la pratica della filosofia

dionisiaca, aurorale o dell’Eu-topia di Zarathustra… può devalorizzare le forme di nichilismo religioso, ideologico o economico e mostrare che le radici della storia concreta sono – al di là del bene e del male – nell’anima dell’uomo, nelle sue mani.

L’amore per la libertà e per la bellezza è un cammino, un segno, un sogno… la fotografia flaneuristica rivendica l’utopia della diversità e dell’opposizione.

Gabriele Agostini

 

 

I turbamenti dell’Arte

Nessun limite, eccetto il cielo…(Miguel de Cervantes 1547-1616)

 

 

Il centro dell’opera di Kasia Derwinska è abitato dall’esplorazione del proprio sé.

L’artista stessa diventa motivo centrale di riflessione, un processo di esplorazione che assume i connotati di un’analisi spietata quasi dissezionante.

Con fatica affiora lentamente il senso del sé, del proprio io.

L’artista che afferra e finalmente cattura se stessa è reale o è la vittima di un inganno e di un’ illusione?

La sua ricerca, caratterizzata da rigore formale, ci restituisce in controluce la presenza d’innumerevoli stratificazioni a testimonianza della difficoltà o dell’impossibilità di trovare il segreto della propria individualità.

Emerge la molteplicità.

Il trasferimento in una dimensione che si apre alla realtà visionaria: difronte ai nostri occhi oscurati dal pensiero razionale si collocano mondi sondabili esclusivamente spostando il proprio baricentro coscienziale, mondi pronti per i nuovi trasferiti.

Una dimensione mentale che ha scelto il trasferimento come “identità”, lo spostamento come luogo, il mutamento come punto di vista, e come caratteristica, nelle tradizioni delle migliori tradizioni aeree, il punto di fuga.

Si apre l’era in cui l’inconscio vuole avere il proprio corpo, vuole trasferire fuori da sé le fratture di una pelle, di una carne, di un sangue inadeguati: è il trionfo della molteplicità dei sé in sé.

Il proprio punto di vista si trasforma in un punto di esistenza sottratto al confine fisico della propria pelle.

Kasia ci porge la mano, ci invita ad essere i testimoni di questo viaggio, ci chiama ad essere partecipi di questo attraversamento.

Un viaggio privo di meta, un viaggio per viaggiare, un viaggio senza ritorno dove l’Arte si scopre essere l’unico luogo rimasto dell’anti-specialismo.

Gabriele Agostini

Vengono dal passato

A cura di Gabriele Agostini – Foto di Linda de Nobili

Vengono dal passato i volti di uomini donne e bambini delle foto di Linda de’ Nobili.

Vengono dal passato e, come le anime del purgatorio, abitano tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

Vengono dal passato e forse ci giudicano per come siamo cambiati;

Per come abbiamo dimenticato di essere stati.

La fotografia aiuta gli uomini a vivere e a morire, a non dimenticare, a segnare il tempo.

Linda è una fotografa della vita quotidiana e quindi della poesia.

Linda produce foto immodificabili nell’età; conservano il tempo e lo riproducono negandone lo scorrimento, come il ritratto di Dorian Gray.

Queste foto ci fanno reagire, ci dicono qualcosa di noi che guardiamo, ci fanno immaginare il tempo passato, i luoghi e le vite che in esso si sono svolte.

Sono immagini pacate, velate di malinconia che racchiudono l’incanto del tempo sospeso, dei gesti accennati.

Pose e composizioni abitano uno spazio pittorico, teatrale, mantenendo un costante senso della scena, della recita, della storia.

Le persone ritratte sanno non farsi cogliere di sorpresa, nella spontaneità casuale di un momento.

Le persone ritratte sembra abbiano avuto il tempo di riflettere e di conformarsi alla regia occulta della fotografa che li vuole liberi di scegliersi la maschera da indossare per la recita della commedia della vita.

Come non pensare alle riflessioni di Antonino Pareggi, il protagonista del racconto di Italo Calvino l’avventura di un fotografo: “… la maschera, essendo innanzi tutto un prodotto sociale, storico, contiene più verità d’ogni immagine che si pretende vera, porta con se una quantità di significati che si riveleranno poco a poco …”

Linda vuole trovare l’essenza delle persone, vuole comprenderne le peculiarità, in tal senso ha bisogno di entrare in contatto con loro, anche o forse soprattutto da un punto di vista spirituale.

Le persone sono allora ritratte insieme alle poche cose che l’accompagnano.

È un combattimento estenuante, fatto di silenzi, di attenzioni e momenti sofferti riuscire a svelare l’interiorità.

Questa è sempre più sacrificata sull’altare di una presunta modernità dell’agire politico.

La lotta per il diritto ad una casa, le occupazioni, gli sgomberi forzati, la resistenza alla precarietà … obbligano il proprio corpo ad un’esposizione pubblica.

Gesti e movenze che si devono raccontare sotto i riflettori.

Linda sceglie invece di registrare atti che non costituiscono l’evento pubblico, ma frammenti quotidiani di un insieme complesso.

In direzione ostinata e contraria, ossessivamente con tutte le sue forze Linda insegue le persone per coglierne l’unicità, l’umanità, la debolezza, l’amore.

Scrive Shirley Jackson che nessuno può resistere senza danno all’esposizione prolungata alla realtà, e che è per questa ragione che anche le allodole e le locuste sognano.

 

La fotografia lo sanno tutti, ormai, non ha niente a che vedere con la realtà.

Al contrario, essa serve semmai a difenderci, a modo suo, dalla realtà: isolandone e congelandone un frammento infinitesimo ci parla non di quel che ha conservato, prelevato, ma di tutto quello che ne è rimasto fuori, di tutto quello che è andato perso: di ciò che non c’è mai stato, e di ciò che vorremmo che ci fosse.

Se le condizioni, l’oggetto e il fotografo sono quelli giusti, la fotografia ci invita a immaginare, qualche volta anche a sognare.

È quello che è accaduto con queste foto: una combinazione rara di circostanze, che ha la capacità di parlare soprattutto a noi di noi stessi.

Come non riflettere sulla possibilità di capovolgimento segnico che la contemporaneità sempre più sembra capace di mettere in scena.

Vecchi televisori poggiati su un altare, orientati come un officiante verso i fedeli.

Sembra ci si prepari ad una celebrazione liturgica eterodiretta.

Dal tubo catodico però non escono voci, ne immagini scintillanti, ne sogni a buon mercato o sorrisi tranquillizzanti.

Non ci sono colori.

Dal tubo catodico solo il silenzio assordante.

Non escono colori.

Solo la specchiatura, la riflessione delle navate di una chiesa vuota, fredda, occupata solo da tende che raccontano di un tentativo di ricerca di intimità, di conforto, di casa, di normalità, di vita sospesa che resta in attesa.

Come non riflettere sul tavolo apparecchiato sotto le tracce delle tavole lignee che raffiguravano le stazioni della Via della Croce o Via Dolorosa?

E che dire di quella Maddalena aggrappata alle sbarre, imprigionata, in dolorosa attesa del ritorno di Cristo salito su quelle scale per subire l’interrogatorio di Ponzio Pilato?

Noi tutti, noi ultimi già conosciamo l’esito.

Ma torniamo in chiesa, tra i sofferenti, tra i vinti di sempre.

Cristo è stato deposto dalla croce.

Sul muro alle spalle del tubo catodico ne vediamo le tracce.

Un uomo e una donna aspettano e si tengono abbracciati.

Sui loro volti appare la certezza della resurrezione, appare un sorriso.

Un bambino attende.

Dietro di lui solo una vecchia lapide e fagotti informi.

Contengono poche cose essenziali, parvenze e illusioni di averi di una vita ancora da vivere.

In questa attesa carica di speranza si viene trapassati dallo sguardo di una bambina che con fierezza ci viene incontro.

Nel suo sguardo non c’è posto per la rassegnazione.

Il suo è uno sguardo di sfida, di forza, di certezza di vittoria e di riscatto.

È lo sguardo di chi sa che non deve e non vuole arrendersi mai.

È l’eterno ritorno della Resurrezione dell’uomo.

È lo sguardo dei giusti di sempre.

Gabriele Agostini

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